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||Parte I ||Parte II || |
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IL SEMEDELL’ODIORazzismo e antisemitismo «spirituale» in Julius Evola Pietro Mancuso marzo 2004 Parte I E se l’Italia fascista, fra le varie nazioni occidentali, è quella che per prima, sembra aver saputo superare il punto morto, che ha lanciato l’appello per la reazione contro la degenerazione della civiltà materialistica e capitalistica, contro l’egoismo del più privo di luce fra i mali imperialismo occidentali e, infine contro l’ideologia societaria, vi è il diritto di supporre, senza nemmeno un’ombra di infatuazione sciovinistica, che l’Italia si troverà anche in prima linea fra le forze che guideranno il mondo futuro e ristabiliranno la supremazia della razza bianca.
Julius Evola (Il problema della supremazia della razza bianca, Lo stato, luglio 1936) Premessa
Queste note non sono il frutto di un semplice interesse intellettuale verso la figura di un pensatore che ha tenuto un piede nell’estrema destra e un altro nel mondo dell’esoterismo, causando una indigesta e venefica commistione fra le due sfere, ma rappresenta la sintesi del punto di vista che ho espresso in una serie di «tentativi» di discussione. Ho detto tentativi di discussione perché quanto scritto e riassunto in questa sede ha avuto come controparte alcuni estimatori del pensiero di Evola che quasi mai sono andati oltre la reazione isterica e scomposta di chi, a gran voce, ha denunciato il reato di «lesa maestà» e al tacciarmi di comunista, di persecuzione, a fini politici, di un illustre Maestro, reputando ciò bastevole, per loro, ad esorcizzare e disattivare la valenza di quel che dicevo. Quello che segue è quindi uno scritto scomodo, fastidioso per chi fa riferimento ad Evola e vuole che il suo essere razzista ed antisemita passi in sordina, vuole che questo aspetto, essenziale, del suo pensiero sia rimosso in quella zona ombrosa in cui la devianza si annida e sopita sopravvive in attesa che, mutato il paesaggio, si ridesti per sommergere e l’io e il mondo nel terrore. Proprio per questo la critica severa e la bocciatura del pensiero evoliano nate nella mia anima non hanno potuto essere mitigate dal confronto con chi, facendo riferimento ad Evola, poteva avere la capacità di indicare un alcunché di questo sistema che fosse meritevole di attenzione, di essere coltivato. Qualcuno che poteva vantare un conseguimento spirituale che potesse essere riconosciuto indipendentemente da una prospettiva razzista ed antisemita e che avesse le sue radici nel pensiero di Evola. Resta quindi ancora inesplorata la possibilità che il pensiero di un Evola edulcorato e «rettificato» da qualche suo epigone dia un frutto sano.Ma ciò, se mai fosse possibile, non può essere realizzato calando un velo di silenzio su un aspetto del pensiero evoliano che a me pare, lo devo dire con franchezza, malvagio. La ricerca spirituale per molti si coniuga con una visione non violenta, con una visione integrazionista, con una visione non totalitarista della vita, con il rispetto e la tutela delle biodiversità, con la riscoperta dei ritmi dei tempi e della natura nell’intimità del corpo femminile, con la visione di una pari dignità spirituale fra la donna e l’uomo, con il rispetto e la riscoperta di modi di vita e di religiosità di tipo primitivo, tribale. C’è un modo di vivere la ricerca interiore che vede la vita come una chance, una opportunità di perfettibilità dell’ente uomo. Su tutto ciò Evola ha calato e con violenza il manganello del suo pensiero. In base alla mia esperienza, l’unica «sostanza» che può conoscere è lo Spirito, l’Atman volendo usare la terminologia dello yoga-vedanta. Noi percepiamo il mondo dei nomi e delle forme perché la radice dell’uomo è lo Spirito, il quale è pura coscienza, pura consapevolezza. Le altre sostanze che compongono l’ente, secondo il punto di vista che sto indossando, non sono coscienti. Secondo la Tradizione l’uomo è un ente tripartito, si possono distinguere in esso tre livelli vibratori: Spirito, anima, corpo-grossolano. Anima e corpo sono semplici veicoli espressivi del divino che noi, qui e adesso, siamo: lo Spirito, ovvero la consapevolezza. La radice di ogni essere senziente, compresi gli animali, è dunque lo Spirito, ossia coscienza pura. Per la verità i Tantra vanno oltre e dicono che la manifestazione, nella sua totalità, è saccidanandamaya e chidrupini. Cioè, secondo i Tantra, tutto è essenzialmente coscienza. L’Isha Upanishad canta: «Quello è pieno, questo è pieno, da pienezza pienezza procede, rimuovendo pienezza da pienezza solo pienezza rimane». Ciò premesso, a me la coscienza pare Luce radiosa e consapevole di se stessa. A me pare che sostenga ogni cosa e se non ci fosse lei a sostenere, con il suo «sguardo», le cose e gli esseri, essi non potrebbero «essere». Dice un testo di scuola vedantica, l’Hastamalaka: 1. «Chi sei tu, figlio mio, e con chi sei? Qual è il tuo nome e da dove vieni? Dimmi ogni cosa distintamente per rendermi felice – tu che hai riempito il mio cuore di gioia.» 2. «Non sono un uomo, né un dio, né un semidio, non sono Brahmana, Kshatriya, Vaisya, né Sûdra; non sono studente, non sono capofamiglia, né anacoreta o rinunciante; io sono l’innata Consapevolezza.» L’interrogante ha posto domande a cui si possono dare risposte da diversi punti di vista a seconda dell’anzianità dell’anima e del conseguimento di chi ha bussato alla porta. L’anziano che interroga si apre all’ente che accoglie, vuole ascoltare la nota che risuona nel vaso che, spinto dal vento del karma, è giunto alla porta del suo cenobio. Chi è accolto potrebbe dire: sono il figlio del tal dei tali, di stirpe brahmana, e indicare il nome del maestro. L’ente che lo accoglie, nel rispetto della diversità delle posizioni coscienziali, gli ha concesso di rispondere in modo più consono al suo stato esistenziale. L’ospite, riconoscendo la levatura di chi lo accoglie senza arroganza e falsa modestia, dapprima si definisce in modo negativo discriminando le qualità che si stagliano sulla sua Reale natura. Benché dotato di corpo, di anima e di storia personale, in realtà dice: Io non sono questo insieme di cose transitorie. Poi annuncia in modo positivo il suo reale stato di coscienza: «Sono pura consapevolezza», e questa consapevolezza si esprime nella dimensione umana. Questo status coscienziale ha toccato il cuore di colui che l’accoglie ancor prima che egli svelasse, secondo il codice linguistico, il suo conseguimento. Coloro che coltivano la c.d. mens informalis e percorrono un sentiero che in un modo o nell’altro può essere definito ADVAITA, cioè il sentiero della non dualità, «reputano» che la Verità sia trascendente e nel contempo immanente i cuori degli esseri senzienti. Esiste quindi in noi la Plenitudine. Tale Plenitudine è la radice del nostro effimero essere e in verità la nostra vera Reale natura. Il punto è che crediamo di essere l’effimero e il transitorio, l’opera quindi è un rimuovere questa falsa identificazione con ciò che non si è e il conseguente svelarsi di Quello che in realtà si è. Lo svelarsi della nostra reale natura è dunque un maturare coscienziale indipendente da un influsso esterno. Il maestro non fa che metterti di fronte alla tua reale natura, indicarla, ma la visione è una specie di corto circuito coscienziale. Staccandosi dall’effimero e riposando in se stessa, la coscienza si autoconosce. Secondo tale visione, le differenze formali fra gli esseri non toccano il piano dello Spirito. Esiste un sostrato che accomuna tutto ciò che esiste ed è la distesa della pura coscienza. Ciò premesso occorre dire che il tentativo di Evola di trasporre sul piano dello Spirito le dottrine della purezza della razza, dottrine che sono state una delle matrici del nazionalsocialismo, costituisce una lettura deviante della Dottrina sacra gravida di potenzialità criminogenetiche. Questo autore favoleggia di una razza iperborea, la cui origine si perde nell’alta preistoria, che nel SANGUE è portatrice di un lignaggio spirituale che si esprime in una specifica civiltà e ordine sociale. Questo lignaggio spirituale che si trasmette col sangue, in particolare col sangue blu – Evola si definiva un barone –, ha come nemici naturali altri sangui e se il retaggio dei popoli portatori dei valori della Tradizione, intesa nel senso di civiltà e valori espressione di una razza, si incontra con quello dei popoli che sono portatori di altre forme di religiosità, si instaura una guerra fra la Tradizione e l’Antitradizione. Per Evola il popolo ebreo – lo scrisse chiaro e tondo negli articoli che pubblicò nella Difesa della Razza nel ventennio fascista, mentre nei forni bruciava il popolo ebreo – era il veicolo di oscure forze antitradizionali. Quindi per quello che si autodefinisce tradizionalismo di destra, le qualità spirituali che appartengono ai discendenti di questa mitica razza sono sostanzialmente diverse, SEPARATE dai valori delle altre razze. In questa ottica ha senso parlare di allevamento e selezione razziale dell’iniziato dalla massa «razziale» preesistente per avere un tipo d’uomo con tratti sempre più vicini al tipo «nordico-ario». Questa prima selezione che poggia su un dato biologico è il primo vaglio nella selezione «razziale», a cui devono far seguito due ulteriori vagli a maglie ancor più ristrette. Scrive: «Naturalmente per venire a tanto bisognerà cercare di limitare e di ELIMINARE alcune componenti razziali che, presenti nella “razza italiana” in senso lato, lo sono anche in quelle semitico-mediterranee: e questo lavoro di selezione sarebbe certamente disturbato ed anzi neutralizzato qualora si permettesse che nuovo sangue ebraico s’introduca nella “razza italiana”: donde l’opportunità delle misure prese dal fascismo contro le unioni miste. Ma il piano vero della incompatibilità si trova più in alto, cosa parimenti riconosciuta dalla legislazione fascista, la quale, a parte la dichiarazione generica che la razza ebraica è diversa da quella italiana, ha messo al bando l’ebraismo sulla base di considerazioni concernenti non tanto il dato puramente biologico, quanto l’aspetto politico e spirituale, l’aspetto legato alle “opere”, denunciando l’azione dissolvitrice dell’ebraismo e, infine, le precise tendenzialità antifasciste di esso. Cosa che equivale a riconoscere che l’incompatibilità è, soprattutto, di SPIRITO, di TRADIZIONE.» (Inquadramento del problema ebraico, in Bibliografia Fascista, agosto-settembre 1939.) Una delle critiche che viene mossa quando si getta luce su questo aspetto, a mio giudizio deviante e potenzialmente criminale del pensiero evoliano, è che il razzismo in Evola sia una semplice parentesi e del tutto avulsa dall’Evola Maestro spirituale. Scrive in Rivolta contro il mondo moderno: «Il rito e il sacrificio, investendo chi lo esercita di una specie di carica psichica [...] questa qualità non solo resterà per tutta la vita alla persona facendola, direttamente come tale, SUPERIORE, venerata e temuta, ma si trasmetterà alla discendenza. Passata nel sangue come una trascendente eredità, essa diverrà una PROPRIETÀ DI RAZZA che il rito di iniziazione varrà via via a rendere di nuovo attiva ed efficace nel singolo. Del pari, sia in Cina che in Grecia ed a Roma il patriziato era definito essenzialmente dal possesso e dall’esercizio dei riti legati alla forza divina del capostipite, riti che la PLEBE NON POSSEDEVA [...] una espressione caratterizzava i PLEBEI: sono senza riti, non hanno avi - gentem non habent. Per questo, a Roma agli occhi dei PATRIZI il modo della loro vita e delle loro unioni non era considerato TROPPO DISSIMILE DA QUELLO DEGLI ANIMALI.» Esiste quindi una sorta di rimozione, da parte di alcuni degli estimatori di Evola, rimozione che tenta di edulcorare e disattivare gli aspetti meno gradevoli e riprovevoli di quello che, almeno secondo me, è un sistema ideologico-politico che ha a che fare con la sadhana realizzativa quanto l’integralismo islamico ha a che fare con l’Islam. Una rimozione che ha respinto nell’ombra un aspetto essenziale del pensiero Evoliano che lui viveva orgogliosamente in piena luce. Immaginare un Evola non antisemita e profondamente razzista, significherebbe moncare il pensiero evoliano della sua parte più essenziale; inoltre, se l’opera è in tutto o in parte antisemita e razzista vuol dire che è opera di un antisemita e razzista. Scrive: «Se l’ebreo ci indicherà dunque il pericolo che è da combattere d’urgenza, in pari tempo ci indicherà dunque anche la direzione in cui è avvenuta una deviazione incipiente dell’anima aria, da eliminare con una azione interna, con una “rettificazione” che preverrà nuove cadute e immunizzerà dal virus.» (Gli ebrei e la matematica, in Difesa della Razza, anno III n. 8 del 20/2/1940.) Il pensiero di Evola non è distinguibile da una dottrina razzista, esoterica e paganeggiante come quelle che sono state le incubatrici del nazionalsocialismo. Quando scrive negli anni ’70, a pochi anni cioè dalla sua morte, che il suo pensiero aveva solo un valore retrospettivo perché la congiuntura storica che avrebbe potuto dargli attuazione era la Germania nazista, significa che il nucleo più vero del suo pensiero poggia sulla segregazione e selezione razziale. «Le idee che qui esporremo possono solo avere un interesse soprattutto storico e retrospettivo in quanto la congiuntura che ad esse poteva dare anche un valore concreto e di attualità, nel momento in cui scriviamo non è più presente. Noi le avevamo propriamente formulate e difese nel periodo in cui in Italia e in Germania si erano affermati movimenti di rinnovamento e di ricostruzione i quali mentre si schieravano contro le forme piu spinte della sovversione politicosociale moderna, contro il comunismo e contro la democrazia, erano anche caratterizzati dall’impulso ad un ritorno alle origini e, a parte le istanze puramente politiche, ponevano il problema di una visione del mondo da servire come base ad una azione FORMATRICE e RETTIFICATRICE del TIPO UMANO delle due nazioni.» (RomanitàGermanicità e la Luce del Nord, in l’Arco e la Clava, p. 146.) «Per quanto riguarda l’Italia, il punto principale di partenza era l’esigenza della formazione graduale, dalla sostanza del popolo di tale nazione, di un tipo superiore che in certa misura rappresentava la riemergenza, dopo un intervallo secolare, di una sua componente fondamentale, di quella romana o, più precisamente, “ario-romana” [...] così appariva evidente che, nel presupposto di una vera aspirazione a rettificare ed elevare il tipo italiano, eventualmente ad “ortopedizzarlo”, tutti i contatti fra il popolo italiano e quello tedesco non avrebbero portato a snaturamenti o a deformazioni del primo...» (Ibid.) Julius Evola, quindi, come emerge non solo dagli scritti risalenti al ventennio fascista ma anche dagli ultimi suoi scritti pubblicati pochi anni prima della sua morte, ha considerato fascismo e nazismo un «brodo colturale» che poteva dare al suo pensiero quel nutrimento necessario affinché il seme che aveva tentato di piantare si schiudesse e la mala pianta dell’odio razziale crescesse e fruttificasse e, a mio avviso, ha colto l’essenza del nazismo e l’ha trasfusa nella sua opera. Nel suo modo di vedere, fascismo e nazismo combattevano una battaglia in cui loro erano i figli della luce e le forze alleate erano invece le armate delle tenebre. Evola è estremamente brutale quando parla di predominio della razza bianca e di inferiorità della razza negra. Verso la razza negra, poi, nutriva un odio viscerale, odio che arriva fino a mostrare un singolare disgusto verso il successo di Ella Fitzgerald nella sua tournée italiana. Scrive in l’Arco e la clava nell’articolo America negrizzata, p. 32: «Il mettersi al passo riguarda anche l’“integrazionismo” sociale e culturale negro che si sta diffondendo nella stessa Europa e che perfino in Italia viene propiziato con una azione subdola specie mediante film importati (dove negri e bianchi appaiono frammischiati nelle funzioni sociali in figura di giudici, poliziotti, avvocati, ecc.) e la televisione, in spettacoli con ballerine e cantanti negre messe insieme alle bianche, a che il gran pubblico si assuefaccia a poco a poco alla promiscuità e perda ogni resto di naturale sensibilità di razza e ogni senso di distanza. Il fanatismo che ha suscitato quella massa informe ed urlante di carne che è la negra Ella Fitzgerald in sue esibizioni in Italia è un fenomeno tanto triste quanto indicativo». Questo aspetto del razzismo di Evola, aspetto che si vuole mettere in sordina, non è che una coerente vocazione della suadell’anima. «La conquista dell'impero africano ha portato come naturale conseguenza un nuovo ordine di misure protettive e profilattiche, procedenti da analoghe esigenze e dall'evidente opportunità che, nel contatto con genti INFERIORI, la gente italiana abbia ben netto il senso delle differenze, della sua dignità e della sua forza>> (pag 19 Sintesi della dottrina della Razza)». IL primo brano è stato scritto negli anni settanta il secondo negli anni venti, il razzismo evoliano è una parentesi che è durata una vita intera. Scrive sempre in in america negrizzata: «Or non è molto si è appreso dai giornali che, secondo alcuni calcoli fatti, entro il 1970 la metà della popolazione nuovayorkese di Manhattan sarà di razza negra [...] Si assiste ad una negrizzazione, ad un meticciamento e ad un regresso della razza bianca di fronte a razze inferiori più prolifiche.» (L’Arco e la Clava, ed. Vanni Sheiwiller, p. 26.) E continua criticando i democratici integrazionisti: «... costoro non si rendono conto dell’estensione del fenomeno, nel senso che essi di tale fenomeno scorgono solamente gli aspetti più materiali e tangibili; essi non vedono in che misura l’America è “negrizzata” in termini non pure demografico-razziali ma soprattutto di civiltà, di comportamento, di gusti, quindi anche quando non esistono vere e proprie commistioni di sangue negro.» (Ibid.) La Vita è varietà e molteplicità che è espressione di una Unitarietà non solo metafisica ma cosmica,perchè mai il nascere in un determinato <<contesto>>, perchè le proprie qualità vibrano in sintonia con determinate sfere esistenziali, invece che essere funzionale alla necessaria varietà della vita universa deve essere un momento discriminatorio, punitivo, umiliante. Perchè mai nella sinfonia della vita universa il sassofono dovrebbe essere inferiore o punito rispetto al violino? Entrambi cooperano ognuno secondo le sua specifiche qualità alla armonia universa che vien suonata dal Musico. Scrive invece su Filosofia, Etica e Mistica del Razzismo: «Come spesso abbiamo notato, gli Ebrei sono caratterizzati dalla loro prontezza ad innestarsi in correnti procedenti su direzioni dubbie o già degenerescenti, per far sì che, per opera dei loro contributi, il tutto conduca ad un esito senz’altro distruttivo e contaminatore...»(p. 17.) Scrive su un altro articolo: «Se l’ebreo ci indicherà dunque il pericolo che è da combattere d’urgenza, in pari tempo ci indicherà dunque anche la direzione in cui è avvenuta una deviazione incipiente dell’anima aria, da eliminare con una azione interna, con una “rettificazione” che preverrà nuove cadute e immunizzerà dal virus.» (Gli ebrei e la matematica in Difesa della Razza, anno III n. 8 del 20/2/1940.) Le parole di Evola, credo, sono sufficientemente chiare in sé. Eppure c’è chi nega con veemenza che Evola sia un razzista e un antisemita, e si indigna quando lo si ricorda. Scriveva nel 1938: «Vogliamo ora trattare in egual modo un altro argomento, che per parecchi, svegliatisi antisemiti dall’oggi al domani, può ben dirsi “di moda”, ma che non è precisamente tale per noi, avendolo già da anni fatto oggetto dei nostri studi – intendiamo dire il problema ebraico.» (Inquadramento del problema ebraico, in Bibliografia Fascista, agosto-settembre 1939, p. 717.) La cosa più grave nell’opera antisemita di Evola è, a mio avviso, comunque, il suo prestarsi a dare una giustificazione sostanziale ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion, di cui ci si occuperà nel prosieguo. Può non aver ucciso materialmente o può non aver materialmente deportato un ebreo ma ha, con zelo ed entusiasmo, fatto la sua parte nel dare una cornice dottrinale e fomentare il clima di odio che ha avuto l’esito drammatico che tutti conosciamo. Vorrei a questo proposito sottolineare un punto della citazione precedente: «… deviazione incipiente dell’anima aria, da eliminare con una azione interna, con una “rettificazione” che preverrà nuove cadute e immunizzerà dal virus.» Non si può separare Evola dal feroce, aspro e spietato razzista, l’esoterista dall’ammiratore di Hitler, che reputava un canale attraverso cui si esprimeva una energia trascendente, tradizionale, e dall’estimatore delle SS e del Nazismo. Benché si tenti di sdoganare un Evola, edulcorato ed annacquato, in contrasto con il regime, i suoi scritti dimostrano un grande entusiasmo verso fascismo e nazismo. Egli non è affatto, come si tenta di accreditarlo, un loro avversario, ma un sostenitore militante che vuole che questi estremismi politici siano ancora più radicali. Scrive Evola nel 1941 in Difesa della Razza: «Bisogna oggi rendersi di un punto. Italia e Germania si trovano ormai congiunte in uno stesso destino. Unite nel combattimento contro i comuni avversari, domani, dopo la vittoria, lo saranno nell’opera di ricostruzione di un nuovo ordine europeo e di una nuova civiltà, ma una delle premesse più importanti per quest’azione ricostruttiva sarà costituita dalla dottrina della razza. [...] che cosa ha fatto finora il razzismo italiano? [...] Non vogliamo svalutare quanto è stato tentato e anche raggiunto in ordine ai problemi più urgenti, soprattutto nel campo pratico. Ma se oggi si avverte già una differenza di fronte allo stato di beata innocenza che, nel riguardo, era generale in Italia, in modo altrettanto distintivo si avvertono i problemi, che ancora non sono stati nemmeno sfiorati.» (Filosofia, etica e mistica del razzismo.) Tenendo conto che l’Introduzione ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion di Evola risale al 1926 e che gli articoli in l’Arco e la Clava sono degli anni ’70, si può concludere che Evola ha fatto professione di razzismo per oltre 44 anni e, negli anni del fascismo, ha fatto propaganda non con mezzi di nicchia, ma su strumenti di regime la cui diffusione era obbligatoria, per quanto riguarda Difesa della Razza addirittura nelle scuole primarie... Chi afferma che Evola era in dissenso sul fascismo proprio riguardo al problema ebraico e razziale non legge con attenzione Evola; invece di rilevare la malvagità banalmente brutale di quel che dice, si lascia affascinare dalla lussureggiante rete di citazioni e in essa si smarrisce. È paralizzato nel giudizio dalle miriadi di fatterelli con cui condisce i suoi scritti e si lascia sfuggire le banalità che sono il succo di quel che dice: che i negri sono una razza inferiore da tenere segregata, che il bianco si è lasciato contaminare dalla cultura negroide, che gli ebrei sono un virus da cui occorre immunizzarsi, che le donne, non dimentichiamolo, sono spiritualmente inferiori e subordinate all’uomo, alla donna non è dato il conseguimento spirituale, per sua intrinseca costituzione…, che i nobili in virtù del loro sangue blu sono sapienti anche se non sanno leggere e scrivere, che la nobiltà gode di una iniziazione potenziale grazie al suo sangue blu. Non si può equivocare sull’impronta profondamente razzista delle dottrine evoliane. Il negare da parte di estimatori del pensiero di Evola questo aspetto è segno di una profonda incomprensione o di superficialità nella conoscenza del pensiero evoliano. Oppure è il segno di una vergogna... Negare diviene un modo per «rimuovere» il segno di un aspetto deviante e imbarazzante del suo sistema. |
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© Pietro Mancuso ultima modifica 2005 |
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